Mangystau, Kazakistan: cosa vedere e come organizzare il viaggio

Venerdì cantavo su una spiaggia. C'erano champagne e ostriche, e la luce di fine estate. La domenica ho preso un aereo per il Kazakistan.
Il lunedì ero già nella steppa, con una torcia in testa e una tenda da montare che non avevo mai montato.
Non avevo mai dormito in una tenda in vita mia.
L'ho montata la prima volta alle nove di sera, con due amici che ridevano di me.
Non vi dirò che non mi è mancato niente. Mi è mancato tutto.

Eppure in quel niente c'era qualcosa che non sapevo di cercare.
Nessuna luce intorno, nessun rumore che non appartenesse a quel posto. Un'immersione nella preistoria e, nello stesso momento, un salto nel futuro. Gli occhi pieni di vertigini, di sfere di roccia e guglie affilate, di mari di sale e montagne di gesso. Qualche giorno prima la NASA pubblicava le immagini di Marte. Io stavo lì, in mezzo a quella stessa luce, quello stesso silenzio. Ti chiedi: lassù o quaggiù?
Ti senti primitivo e astronauta nello stesso momento.
Non è stato un viaggio semplice. Né un semplice viaggio.
Difficile da descrivere con le parole, ancora di più con le immagini. Dopo qualche giorno dal rientro ci si rende conto davvero di cosa è stato.
Prima di partire ho cercato una guida del Mangystau in italiano. Non ne esisteva una. Così ho pensato di scriverne una, utile a chi è davvero curioso.
Mangystau, Kazakistan: dove si trova e cosa aspettarsi
Una regione nel Kazakistan occidentale, affacciata sul Caspio. Più grande di mezza Italia. Due abitanti per chilometro quadrato. Nessun trasporto pubblico che arrivi a nessuna delle sue meraviglie.
A luglio 2026, tre settimane prima che io arrivassi, cinque moschee rupestri del Mangystau sono state iscritte nel Patrimonio UNESCO. Il turismo di massa non ha ancora capito dove si trova. Questo è il momento.
In sette giorni ho attraversato steppa, canyon, distese saline, dune, altipiani e formazioni rocciose che non si rassomigliano. Quello che le tiene insieme è la geologia: centosessanta milioni di anni di storia della Terra leggibili dalla superficie. Non si attraversano paesaggi diversi. Si attraversano epoche.
Visitare il Mangystau: perché non si va ancora da soli
Questa è la prima cosa da sapere. I luoghi del Mangystau non sono raggiungibili con i trasporti pubblici: ore di pista sterrata, spesso senza segnale. Alcune aree richiedono permessi che si ottengono solo tramite operatore accreditato. Un privato da solo non entra.
Sul territorio ci sono una decina di operatori attivi. Prima di scegliere, le domande da fare per iscritto: l'auto è una jeep dedicata o condivisa? C'è Starlink a bordo? Le eSIM non funzionano qui, e il segnale può essere assente per giorni interi. Quante persone al massimo nel gruppo? I permessi per Karynzharyk sono inclusi? Come gestiscono il maltempo? Chi risponde bene a queste domande è l'operatore giusto.
Per darvi un riferimento concreto: io ho viaggiato con Mangystau999, locale e preciso. Sette giorni in jeep, tenda e cucina da campo incluse. Per confrontare alternative già strutturate, GetYourGuide ha tour verificati: sette giorni con RedMaya oppure cinque. La differenza pratica tra i due è quasi sempre Karynzharyk: con cinque giorni esce dal programma, e non è necessariamente un male.
Molte delle guide che ho incontrato erano giovanissime. Parlano inglese, si stanno formando adesso sul territorio. Il turismo internazionale organizzato qui è ancora agli inizi. È parte del fascino, ma è bene saperlo prima.
E la tenda è obbligatoria?
Era il mio cruccio principale. Col senno di poi: almeno due di quelle notti sono irrinunciabili, valgono i disagi. Ma se proprio la tenda non fa per te, ho trovato un modo per costruire un itinerario alternativo con le yurte, più breve e senza la corsa forsennata. Nel Quaderno ho inserito tutte le opzioni, i pro e i contro, e l'itinerario nell'ordine giusto per goderselo con più comodità senza perdere niente di essenziale. → Entra nella lista d'attesa del Quaderno
Cosa vedere al Mangystau: i luoghi che rimangono
In sette giorni ho visto diciassette luoghi.
Ve ne racconto nove, in tre righe ciascuno. Solo quello che serve per capire se un posto fa per voi: il dettaglio inaspettato, quello che le guide raccontano male, quello che cambia il modo in cui lo guardate. Le schede complete, con tutto quello che non si trova online, sono nel Quaderno.
Zhygylgan. Terra caduta. Due per quattro chilometri di roccia collassata verso il basso. Fuori scala. Le impronte fossili che le guide chiamano dinosauri non lo sono: i dinosauri si erano estinti cinquanta milioni di anni prima.
Shakpak Ata. Eravamo soli all'interno quando è arrivato l'imam. Non sapeva chi fossimo. Ha guardato, ha sorriso, ci ha dato il benvenuto. Ci sono privilegi che non hanno niente a che fare con il lusso.

Torysh. Le sfere non sono arrivate qui. Erano già qui. È tutto il resto del paesaggio che è scomparso intorno a loro. Il formaggio secco salato che portano in viaggio da queste parti ha esattamente la stessa forma.

Ybykty Sai. Dalla steppa non si vede. La terra si apre d'improvviso. Nel paesaggio più arido che abbia attraversato, dentro il canyon c'è il verde.
Karaman Ata. Fino a quel momento il Mangystau ci aveva raccontato la storia della Terra. Qui comincia quella degli uomini. I giuramenti erano inviolabili. È ancora un luogo di pellegrinaggio attivo.
Tuzbair. Non è un salar. È un sor. Se ha piovuto diventa uno specchio. Cielo sopra. Cielo sotto. Falesie bianche in mezzo.
Kyzylkup. Il Tiramisù Canyon. Strati di roccia di colori diversi, uno sopra l'altro. La luce giusta è solo all'alba o al tramonto. A mezzogiorno è un altro posto.
Bozzhyra. Il più fotografato. La foto non rende. Le torri resistono da milioni di anni.

Karynzharyk. Quattro ore di pista per arrivare. Quella sera il cielo si è chiuso e siamo dovuti rientrare: da lì, quando piove, non si esce. Il posto più vuoto che abbia mai visto. Intorno: sessanta siti neolitici. Era abitato.
Quando andare al Mangystau
Se potessi scegliere quando tornare, sceglierei settembre o ottobre. Temperature più gestibili e meno caldo rispetto all'estate. Io ci sono stata in agosto: si può fare, l'ho fatto, ma il caldo e le condizioni della steppa fanno parte del viaggio. Primavera e inverno richiedono invece più attenzione alle condizioni del terreno e al meteo.
Come organizzare il viaggio in Kazakistan
Il tour standard è tra cinque e sette giorni. Non scendere sotto i sette se hai il tempo: con cinque giorni si arriva sempre con la fretta di chi sa che sta mancando qualcosa.
I voli per Aktau si fanno quasi sempre con scalo a Istanbul o Almaty. Pista, tenda, pasti e guida sono quasi sempre inclusi nel pacchetto operatore.
Dormire in Mangystau: tenda, yurta e le notti ad Aktau
Il mio tour nel Mangystau è durato sette giorni e sei notti: cinque in tenda e una in yurta, a Tuzbair. A queste ho aggiunto le notti ad Aktau prima e dopo il tour, portando il viaggio complessivo a nove giorni.
La yurta non è una tenda con un altro nome: si sta in piedi, quella notte c'era la doccia. Ho capito quanto pesasse quello che mi era mancato. I campi di yurte si trovano su Booking.com.
Le due notti che quasi nessuno pianifica sono quelle ad Aktau. La notte prima: si arriva tardi, il pickup è poche ore dopo. Non è quella in cui si risparmia.
Ho dormito all'Él Hotel, nel microdistretto 30. Già l'indirizzo racconta qualcosa della città: Aktau è organizzata in microdistretti e gli indirizzi si leggono soprattutto attraverso il numero del microdistretto e quello dell'edificio, più che attraverso le vie come siamo abituati a fare noi. Un sistema urbanistico ereditato dalla pianificazione sovietica che, appena arrivati, fa sentire di essere davvero da un'altra parte.
La notte dopo il tour è quella che consiglio davvero. I voli da Aktau partono di notte: una giornata intera senza letto, con addosso una settimana di steppa. La soluzione: una notte al Renaissance by Sulo. Piscina e docce restano disponibili fino alle undici di sera anche dopo il check-out. Una notte pagata copre quasi due giorni. Si sale sull'aereo notturno da esseri umani.
Il Mangystau che ho visto non durerà

Non so quanto durerà il Mangystau che ho visto. Non so quando arriveranno più strade, strutture e gruppi organizzati. Ma dopo aver visto cosa succede alle destinazioni quando vengono scoperte, è difficile immaginare che questo vuoto rimanga così per sempre.
Non comprerò una tenda. Questo è sicuro. Ma un cielo così stellato nella notte di San Lorenzo non l'avevo mai visto.
Torysh conserva. Bozzhyra resiste. Tuyesu si muove. Il Tiramisù si sfoglia. Ogni volta pensi di aver visto il paesaggio più incredibile. Poi giri l'angolo. E ricominci da capo.
Sono partita convinta di una cosa e sono tornata sapendone un'altra. Ciao Mangystau. Mi hai fatto scoprire un posto del mondo che è anche dentro di me.
Veniteci prima.
IL QUADERNO DEL MANGYSTAU
È il libro che cercavo prima di partire. Non esisteva, così l'ho scritto io.
Centoquaranta pagine scritte sul posto: diciannove luoghi uno per uno, i costi e i tempi veri, come si sceglie l'operatore, e come farlo senza dormire in tenda.
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In regalo, per chi legge fin qui
La Mappa Segreta
I posti che ho trovato, per caso e non, e che non stanno in nessuna guida. Una cabina telefonica per parlare con chi non c'è più. Una capsula del tempo murata sotto una cattedrale, da aprire nel 3790.
E su ognuno, la finestra giusta per andarci.
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