Myanmar nel cuore: il mio ricordo di una terra fragile e bellissima (terremoto marzo 2025)

Myanmar nel cuore: il mio ricordo di una terra fragile e bellissima

Ci sono luoghi che, anche dopo anni, ti restano addosso come una melodia dolce e malinconica.
Il Myanmar è stato uno di quei luoghi per me. Un viaggio che ha lasciato una traccia profonda, fatto di incontri semplici, gesti lenti, sorrisi disarmanti.

 

Oggi, mentre leggo delle scosse violente che hanno colpito questa terra già piegata da anni di instabilità, mi tornano alla mente non solo i templi, le pagode, i tramonti infuocati, ma soprattutto le persone.


I loro volti, la loro ospitalità, quella dignità silenziosa che mi ha insegnato più di mille parole.

Ho conosciuto il Myanmar in un momento di apparente pace.
Era il 2019.
Un tempo in cui il turismo cominciava ad affacciarsi timidamente, portando qualche speranza a un’economia fragile.
Io ho scelto di andarci organizzando il mio viaggio in autonomia, spinta dalla curiosità di scoprire un’Asia ancora autentica.

E quello che ho trovato mi ha sorpresa, commossa, arricchita.

 

Non solo templi

Certo, i templi sono meravigliosi.
Bagan all’alba è qualcosa che non si può spiegare.
Ma quello che non ho mai dimenticato sono i piccoli dettagli quotidiani:

  • i bambini che salutano dalle finestre,

  • le donne che ti offrono tè senza chiedere nulla,

  • i monaci novizi in fila silenziosa,

  • le famiglie che dividono tutto, anche il poco che hanno.

E poi le donne giraffa del Kayah State, i mercati colorati e caotici, la vita che si specchia nei canali del Lago Inle.
Il Myanmar mi ha insegnato il valore dell’essenziale. E anche quello dello stupore.

👉 Se vuoi leggere il mio racconto lo trovi qui: 
Birmania, un viaggio nel tempo

 

Un viaggio che oggi fa male ricordare

Mi fa male sapere che quel Myanmar che ho amato non esiste più come l’ho vissuto.
Le guerre, le tensioni politiche e l’ultimo terribile terremoto hanno piegato un popolo che, nonostante tutto, mi ha insegnato la gentilezza più pura.

È stato un viaggio fatto di silenzi e stupori, di bellezza struggente e umana.
E forse proprio perché oggi non possiamo più andarci, dobbiamo ricordarlo.
Per non lasciare cadere nel silenzio un luogo che ha ancora tanto da insegnare.

 

Grazie Myanmar.
Per quello che mi hai dato, per ciò che mi hai insegnato.
Per ogni “Mingalabar” ricevuto, oggi io ti rispondo con un pensiero e con una voce.

Con affetto,
Valentina – La Cantante con la Valigia

 

 

 

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