A Sanremo trionfano la provocazione e l'energia della musica dei club

Ho commentato tutti i giorni, prima, durante e dopo, le esibizioni della 71° edizione del Festival di Sanremo. Sanremo è un evento di costume che racconta il paese e cerca di farlo in tutte le sue sfaccettature. Scrivo qui quello che penso di un Festival in cui non mancano mai le polemiche, con ascolti inaspettatamente bassi ma ricco di ogni forma di vita musicale rappresentabile.
Il Festival della leggerezza, tra provocazione e temi sociali
La scelta di Amadeus e Fiorello, trionfatori dello scorso anno, non ha raggiunto i risultati sperati: la ricerca della leggerezza, pur doverosa in un momento così difficile del paese, non è stata efficace al 100%. Un effetto di scollamento dalla realtà che non è stato apprezzato del tutto. Personalmente credo che un po' di leggerezza, anche in momenti complicati, sia fonte di energia per andare avanti. La musica da sempre ci accompagna sia in tristezza che in felicità.
Non a caso vince il premio Lucio Dalla il brano di Colapesce e Dimartino, che mi aspettavo sul podio, che parla proprio di questo e lo fa con la leggerezza delle sonorità pop anni '80. Quegli anni in cui Sanremo era un must anche all'estero e faceva sognare l'Italia come meta della bellezza e della spensieratezza.
L'intrattenimento ha anche l'obbligo di raccontare piuttosto che rimuovere ciò che accade. Ho amato comunque la narrazione misurata, a tratti leggera e a tratti rispettosa della realtà. Si è parlato di musica, di un settore al palo da un anno. Geniale la ricerca di calore e empatia di Fiorello con il pubblico immaginario della prima serata, in cui si ritrova a dialogare con le poltrone.
Il Festival e la contemporaneità
Un aspetto interessante è stata la scelta dei cantanti in gara, un po' troppo numerosi ma rappresentativi di diversi generi musicali e tendenze contemporanee. Un modo per dare voce a tutti gli ambienti musicali presenti sulla scena italiana: dal messaggio forte dello Stato Sociale, al manifesto di protesta travestito da hit di Willy Peyote, all'evoluzione raffinata della trap con Madame, alle sonorità ricercate di Ghemon, al Liscio di Extraliscio e Tofolo, al rock da club dei vincitori Maneskin.
Si arriva forse un po' tardi a proporre artisti indie come novità (che tanto nuovi non sono) e trapper che sono quasi mainstream. Ma la scelta degli ospiti è stata coerente: un Festival moderno che parlasse ai giovani, con i classici necessari per non deludere il pubblico affezionato.
Cosa mi è piaciuto
Ghemon: lo sviluppo armonico di classe che pochi sanno fare.

Annalisa: ci ricorda che un cantante dovrebbe innanzitutto saper cantare.

Madame: modernità e bravura. Un'idea innovativa di interpretare il rap e la trap, mixati a doti vocali e ritmiche fuori dal comune.

Davide Shorty nella categoria giovani: il pezzo più soul e funky del Festival, che non è passato inosservato.

Orietta Berti: l'autoironia, le gaffe, gli outfit scelti senza prendersi troppo sul serio. Questa partecipazione fa un'operazione di marketing e personal branding da far impallidire gli esperti. Si presenta come “la nonna buona e di esperienza” e la consacra a mostro sacro e volto televisivo per i prossimi anni. Obiettivo raggiunto.

Elodie: non è la mia artista preferita, ma obiettivamente, di tutto il panorama musicale italiano contemporaneo, è l'unica esportabile all'estero. Questo Sanremo segna l'inizio di un viaggio.

Cosa mi è mancato
Più bellezza. Più arte mixata sapientemente alla musica. Il fenomeno Achille Lauro funziona quando sorprende, non quando è annunciato. Quest'anno era perfettamente inserito nello show, e quell'effetto sorpresa non c'era più.
La vittoria dei Maneskin
Si chiude con la vittoria dei Maneskin, un Festival come al solito molto chiacchierato, che ha avuto alla fine anche buoni ascolti nell'ultima serata. Con i loro look hanno tradotto in immagini i valori che esprimono con la loro musica: libertà, ribellione e una sana dose di menefreghismo.
Quella dei Maneskin non è solo una rivoluzione di stile: è una rivoluzione culturale. La loro vittoria dimostra che c'è un'intera generazione pronta a prenderne parte. Anticonformisti e insofferenti alle etichette che dividono il mondo in maschile e femminile, sono il manifesto della Generazione Z. Mai come in questo Festival gli adolescenti hanno dettato il cambio di passo, sostenendo artisti sconosciuti ai genitori e facendo vincere il gruppo più dissacrante sulla scena, con buona pace della nonna che magari tifava la Vanoni.
