Viaggio in Myanmar fai da te: cosa vedere in 9 giorni tra templi, laghi e spiritualità
Viaggio in Myanmar fai da te: cosa vedere in 9 giorni tra
templi, laghi e spiritualità
Se sogni un viaggio che ti porti davvero lontano – non solo in termini di chilometri, ma anche di sensazioni – il Myanmar è la destinazione perfetta.
Poco turistico, accogliente, ancora autentico: è il sud-est asiatico di una volta, quello che non ha ancora perso l’incanto della semplicità.
Organizzare un viaggio in Myanmar fai da te è possibile, basta un po' di tempo da dedicare prima di partire e... spirito di adattamento (oltre una buona dose di pazienza!).
Si perchè i lorot empi di reazione non sono i nostri!
Ma, col senno di poi via ssicuro che aver organizzato da sola quetso viaggio mi ha fatto apprezzare ancora di più questa terra magica.... del resto, prima su carta poi sul posto, ho viaggiato due volte!
Qui sotto ti racconto il mio itinerario di 9 giorni, con tappe, consigli pratici e impressioni personali. Pronta/o a partire?
GIORNO 1 –
ARRIVO A YANGON, LA CITTÀ DORATA DOVE TUTTO COMINCIA
Yangon è un caos poetico.
Ex capitale e cuore economico del Paese, ho avuto un vero e proprio shock all'arrivo.
strade non asfaltate, persone a piedi nudi, bugigattoli che ti fanno pensare solo al peggio...
Tra palazzi coloniali decadenti e strade polverose, tuk tuk impazziti e fili elettrici che sembrano ragnatele mi ha investita un’energia che, inizialmente, mi ha anche un po’ spaventata.
Ma ad un tratto spicca lei: la Shwedagon Pagoda, come un faro d’oro nel tramonto.
Camminare attorno a questa gigantesca stupa circondata da pellegrini in silenzio è un’esperienza mistica.
Non importa quanto sei stanco dal viaggio: qui ti fermi. E ascolti.
Il tintinnare delle campane, i canti, i sorrisi discreti.
Così è cominciata la mia avventura in Myanmar!
Da non perdere:
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Cammina nel centro storico per osservare i resti coloniali
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Visita anche Sule Paya e Botataung Paya (meno famosa, ma interessante)
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Cena a Chinatown per un primo assaggio di street food (senza troppe aspettative) (provate gli spiedini o i noodles fatti al momento)
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Shwedagon Pagoda (meglio al tramonto o di sera, quando si illumina). Prova a camminare scalzo sulla piattaforma della Shwedagon al tramonto. Ogni passo è un piccolo rito...
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Il Parco Kandawgyi per una pausa con vista lago e pagoda
Giorno 2 – LOIKAW: nel cuore autentico della Birmania (e nell’aeroporto più surreale di sempre)
Volo interno per Loikaw, nella regione Kayah, una delle zone più autentiche e meno battute dal turismo di tutto il Myanmar.
Lì ho scoperto un mondo a parte, dove convivono numerose etnie, culture diverse e storie complesse. La zona è stata aperta al turismo solo pochi anni fa. La popolazione è povera, e molti giovani – purtroppo – sono costretti a lasciare la propria terra per cercare lavoro altrove, spesso all’estero.
La mia visita ai villaggi dei Kayan (o Padaung) – le cosiddette "donne giraffa" – è stata una delle esperienze più profonde e toccanti del viaggio.
Queste popolazioni vivono in un'area molto limitata, nei 5 villaggi chiamati Pah Pae (o Pan Pet). Sono le loro terre d’origine, a differenza delle realtà più turistiche e artificiali che si trovano in Thailandia o persino sul Lago Inle, dove molte famiglie sono state esiliate o si sono spostate per necessità economiche.
Nei loro villaggi si vive di artigianato e allevamento, in una zona che offre poco per l’agricoltura. Acquistare qualcosa fatto da loro non è un gesto turistico: è un modo per sostenere una cultura che rischia di sparire, aiutandoli concretamente a restare nella propria terra.
Confesso che anch’io, inizialmente, mi sono posta delle domande sull’etica di questa visita.
Ma ho visto con i miei occhi: lì non si assiste a uno spettacolo, si incontra una realtà che chiede di non essere dimenticata. E, con delicatezza e rispetto, puoi contribuire a farla vivere ancora.
Oltre ai Pah Pae, consiglio vivamente il villaggio di Tanilale, con i suoi sorrisi genuini e ritmi antichi.
E se riesci, fai un salto al mercato di Loikaw (non so se è giornaliero, ma è un tripudio di colori e incontri) e visita la pagoda che domina il paese: la vista è incantevole e il luogo trasmette una pace rarefatta.
CURIOSITÀ: CHE ESPERIENZA L’AEROPORTO DI LOIKAW!
Dimentica i gate, i monitor, gli annunci all’altoparlante.
A Loikaw si viaggia alla vecchia maniera.
Appena entri nel terminal (una stanzona vetrata che sembra una serra tropicale piena di gente), un omino ti appiccica un adesivo colorato sulla maglietta. Nessun codice a barre, nessun QR code: solo un’etichetta.
Poi aspetti. Guardi fuori dalla vetrata e vedi gli aerei parcheggiati a pochi metri, e altri omini che, con un carretto a mano, trascinano i bagagli sotto il sole, diretti verso la pista.
A un certo punto, l’omino si avvicina, ti guarda, ti fa un cenno con la mano e ti chiama. Guarda l’adesivo e – come per magia – sa esattamente quale volo stai aspettando.
Nessun annuncio, nessun numero di gate: solo lui, il tuo “adesivo manager”.
E tu, con la tua etichetta addosso, segui il flusso fidandoti ciecamente.
Un'esperienza surreale… e indimenticabile! 😄
Giorno 3 – DA LOIKAW AL LAGO INLE: viaggio tra canali, villaggi e silenzi
Uno dei giorni più belli del viaggio.
Da Loikaw ho preso un taxi fino a Pekon, poi ho navigato 5 ore in lancia a motore fino al Lago Inle.
Un'esperienza che non dimenticherò mai.... e nemmeno le mie orecchie e il mio sedere :-)
Durante la navigazione abbiamo attraversato villaggi semi-nascosti, visitato Samkar, Naung Boh (famoso per la terracotta) e la Pagoda Tharkong.
Le acque erano così limpide da riflettere ogni cosa. I profumi dei fiori di loto, i bambini che facevano il bagno, le donne che lavavano i panni, il tutto con una grazia antica.
Consiglio: arriva al tramonto sulla tua palafitta. Ascolta il silenzio. Ti parlerà.
Giorno 4 – LAGO INLE: tra mercati, pescatori e artigiani sospesi sull’acqua
Sveglia presto: il mercato itinerante dei 5 giorni era proprio vicino a noi, a Nampan. Un tripudio di colori, verdure, stoffe e sorrisi.
La giornata l’abbiamo trascorsa navigando tra villaggi, orti galleggianti, laboratori di sigari e argento, fino a Nyaungshwe, dove abbiamo dormito in un piccolo hotel tra le vie polverose.
Il Lago Inle è uno di quei posti dove ogni dettaglio è poesia.
Giorno 5 – In bicicletta lungo le sponde del lago
Dopo giorni intensi, abbiamo deciso di prendercela comoda e goderci il paesaggio senza tappe obbligate.
In bici, tra risaie, canali e villaggi.
Volevo fermarmi, respirare, osservare… e lasciare che fosse il lago a raccontarmi la sua storia.
Lago Inle – La poesia galleggiante
Ultima tappa: il Lago Inle, dove l’acqua si confonde con il cielo e i pescatori danzano in equilibrio sulle loro barche, remando con una gamba sola. Sembra una coreografia scritta dal vento. Le palafitte, i mercati galleggianti, i giardini sull’acqua… tutto qui è lento, poetico, surreale.
Giorno 6 – VOLO HEHO – MANDALAY: benvenuti nella città dei monaci
Mandalay mi ha stregata.
Sarà per quel nome esotico, che sembra uscito da una poesia.
O per quei monaci in fila sul ponte U Bein, al tramonto, che camminano come ombre arancioni su una tavolozza infuocata.
C’è un tempo sospeso, qui.
Ogni angolo sussurra leggende, ogni tempio brilla come se fosse appena nato dal silenzio.
Consiglio pratico: se arrivate in tarda mattinata come noi, dedicate il pomeriggio a una prima visita del centro città: monasteri, botteghe d’artigianato, oppure semplicemente una pausa al mercato per osservare la vita quotidiana. La magia vera arriva l’indomani.
Giorno 7 – ESCURSIONE DA MANDALAY: Amarapura, Sagaing, Inwa
Una giornata intensa e piena di bellezza.
Ci siamo affidati a un taxi privato e abbiamo fatto tappa in tre luoghi simbolici, ciascuno con un’anima diversa.
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Amarapura: è qui che si trova il celebre ponte U Bein, il ponte in teak più lungo del mondo. Al tramonto, si colora d’oro e arancio, e i monaci che lo attraversano sembrano figure sospese tra terra e cielo.
Consiglio: attraversalo lentamente, e poi siediti in riva al lago a guardare il sole scendere. -
Sagaing: una collina dolce, verde, costellata da centinaia di stupa bianchi e dorati. È uno dei luoghi più spirituali della Birmania. Qui non si visita, si respira.
Ogni tempio ha una vista panoramica e un silenzio che ti entra dentro. -
Inwa (Ava): raggiungibile solo con una breve traversata in barca, è un luogo dove il tempo si è davvero fermato. Tra rovine di monasteri antichi, campi coltivati, silenzi infiniti e il ritmo lento di una carrozza trainata da cavalli, ti sembrerà di essere entrata in un altro secolo.
Una giornata che si vive con gli occhi, ma che resta soprattutto nel cuore.
Giorno 8 – MANDALAY – BAGAN: Mille pagode e il battito del cuore
Al mattino presto partiamo da Mandalay per raggiungere in auto la meraviglia rossa di Bagan.
Il paesaggio cambia, la terra si fa sabbiosa, e piano piano all’orizzonte cominciano ad apparire le prime stupa.
Poi sempre di più. Poi ovunque.
Una distesa infinita di templi rossi, costruiti secoli fa e ancora oggi perfettamente inseriti nel paesaggio, come se la natura stessa li avesse partoriti.
Bagan è sacra anche per chi non crede.
Se chiudo gli occhi, torno lì.
All’alba. L’aria ancora fresca, il cielo che piano piano si tinge di rosa e oro, e io in sella a una e-bike, con il vento che mi spettina l’anima.
Abbiamo girato senza mappa, senza logica, lasciandoci guidare dai colori del cielo e dai profumi del mattino.
Ogni tempio un incontro. Ogni angolo una scoperta. Ogni silenzio, una lezione.
Consiglio magico:
Non cercare di “vedere tutto”.
Bagan si assapora lentamente.
Siediti su un muretto, lascia che il sole tramonti e ascolta il vento tra le foglie.
È lì che sentirai davvero il battito della Birmania.
Giorno 9 – Mongolfiere, emozioni e ritorni: il Myanmar che resta
L’ultima giornata in Birmania inizia prima dell’alba, ma non è un caso.
Abbiamo prenotato dall’Italia l’esperienza forse più turistica di tutto il viaggio… ma anche una delle più magiche: il volo in mongolfiera su Bagan.
Alle 5 del mattino, un pick-up ci preleva per portarci al campo di decollo.
Lì, tra un caffè, qualche biscotto e una luce rosa che inizia a spuntare all’orizzonte, una squadra di uomini prepara con cura le mongolfiere.
Il nostro pilota è Paolo, piemontese doc, che si diverte a scambiare due chiacchiere in italiano tra un controllo e l’altro.
E poi, si decolla.
La piana si apre sotto di noi, le pagode rosse ci sorridono dal basso, il fiume scorre lento.
Tutto si ferma. Il vento ci porta via leggeri, e io ho l’anima spettinata come la prima volta.
Sorvoliamo i templi, mentre Paolo ci racconta storie e curiosità.
Il silenzio è assoluto. Le altre mongolfiere fluttuano attorno a noi in una danza perfetta tra cielo e terra.
Alle 7:30 atterriamo su un isolotto, e ci attende un finale da film: brindisi con Champagne, e poi una piccola barca ci riporta alla riva.
Lì capisco che questo non è solo un viaggio. È un pezzo di cuore che resterà per sempre laggiù.
Il pomeriggio è tutto per noi.
Ci concediamo qualche ora in un resort tranquillo, per metabolizzare le emozioni, far sedimentare i ricordi e prepararci – almeno mentalmente – al ritorno.
Nel tardo pomeriggio voliamo di nuovo verso Yangon e da lì verso casa.
Ma la vera partenza è un’altra: è quella che senti quando lasci un posto che ti ha toccato dentro.
Il Myanmar che porto con me
Questo non è solo il diario di un itinerario.
È un modo per fissare i momenti nel cuore, quasi a non volerli lasciare andare. E se oggi li scrivo qui, è perché voglio trattenerli ancora un po’.
I momenti che non dimenticherò mai:
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Quando sono arrivata a Yangon e ho capito che eravamo davvero lontani anni luce da tutto ciò che conoscevamo.
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La pioggia torrenziale e il rifugio improvvisato in un resort…
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…e poi la consapevolezza che avremmo dovuto convivere con gli scatarri per tutto il viaggio (con grande eleganza, certo).
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La prima volta scalzi in una pagoda, con dita incrociate affinché il pavimento fosse pulito (spoiler: a volte non lo era).
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Il carretto all’arrivo a Loikaw, da cui ho recuperato il mio zaino come in un film d’altri tempi.
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Il pranzo nella baracca delle donne giraffa, che per me è diventato un castello di gratitudine.
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I bambini che ci guardavano uscire da scuola come marziani gentili.
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Il primo viaggio in barca, tra profumo di fiori di loto e rumori assordanti.
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I lavaggi collettivi nel fiume, i piatti lavati e scaricati nello stesso punto del lago, la vita vera.
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Le feste di paese, le partite di calcio locali, i monaci novizi in fila con le loro scodelle.
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Le notti in palafitta con la sinfonia della giungla fuori dalla finestra.
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Il pranzo nella giungla, soli, con gli uccelli a farci compagnia.
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I saluti dei bambini dietro tende-pantaloni usate come sipari.
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L’autogrill notturno del bus, poi l’altro… e l’altro ancora, fino al confine come viaggiatori spaesati ma felici.
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L’unica coppia italiana incontrata, come un déjà vu di casa.
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Il momento esatto in cui la mongolfiera si è alzata da terra, e il mio cuore con lei.
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L’apribottiglie artigianale. Il monaco sul bus che ha mancato il bersaglio con la bottiglietta sputacchiera (grazie al cielo).
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E infine… la scoperta dell’asse del water giapponese e del suo getto “a sorpresa”.
Ma più di tutto, non dimenticherò mai la dignità di un popolo che ti guarda negli occhi, ti sorride e ti aiuta come può.
Il suono dolce e cantilenante di “Mingalabar” risuona ancora dentro di me.
E se vuoi capire davvero il mio Myanmar, leggi il mio pensiero più profondo nell’articolo:
👉 “Birmania, un viaggio nel tempo”
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